Le implicazioni psicologiche della PMA

Le implicazioni psicologiche della PMA. Una possibile soluzione che diventa problema

Ciò che dev’essere ricordato in un percorso di Procreazione Medicalmente Assistita è che a farlo sono due soggetti che insieme affronteranno procedure bio-mediche volte a un obiettivo più o meno condiviso e scelto insieme che andrà a incidere non solo sulla loro fisicità con differenti livelli di invasività a seconda della tipologia di azione intrapresa, ma anche e fortemente sulla psiche e sulla relazione. Chi è la donna che chiede il supporto medico per realizzare il sogno di essere madre? Com’è l’uomo che accetta di essere aiutato nel processo generatore? Cosa scatena nell’una e nell’altro e nella coppia il trattamento stesso?

Le implicazioni psicologiche della PMA.  Una scelta di coppia

Al di là del risultato, ancor prima dello stesso, ci sono due vite, due personalità, due motivazioni, due aspettative, due timori, due capacità di coping che fanno coppia e che generano il loro percorso, e ciò dev’essere considerato come parte integrante di quanto la medicina può fare. Ecco quindi che in questo articolo sposteremo l’attenzione dal metodo medico all’ascolto della coppia, riprendendo alcuni studi fatti a riguardo per fornire un quadro più complesso, seppur generico, di chi sia chi chiede aiuto e affronta il suo “limite”. Considerando il diverso grado di coinvolgimento, fisico la maggior parte degli studi effettuati nel tempo si è focalizzata sulla donna indagando per lo più i livelli di ansia, depressione e vulnerabilità. Un importante studio svolto nel 1997 da Bringhenti, Martinelli e altri evidenzia quanto l’impatto psicologico condizioni e alteri la sofferenza fisica in una catena che enfatizza il disagio emozionale. Risultato affine per Balen, Naaktgeboren e Trimbos-Kemper che nel 1996 sostengono quanto per le coppie FIVET il peso psicologico superi quello fisico. È pur vero che i risultati vanno relativizzati: ancora una volta Bringhenti, Martinelli e altri hanno studiato come il grado di minaccia associato a una diagnosi di infertilità, al suo trattamento e all’eventuale fallimento sia determinato dalla valutazione soggettiva della propria condizione e dalle risorse ambientali disponibili concentrandosi quindi su vulnerabilità e/o resistenza allo stress.
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Le implicazioni psicologiche della PMA. Gli stati emotivi

La vulnerabilità

La vulnerabilità è propria di un quadro di donna fatto di: risolutezza nel non valutare l’adozione come possibile alternativa in risposta al desiderio di maternità, mancanza di una posizione lavorativa, insoddisfazione per il ruolo domestico ricoperto, tendenza all’introversione e legame coniugale vacillante. Certo è che raffrontando donne in monitoraggio in programma FIVET e madri in una normale visita di routine il livello di ansia di stato è nettamente superiore per le prime. Il monitoraggio infatti è carico di paure legate alle procedure mediche e alle incertezze sul risultato delle stesse. Attenzione: si parla di ansia di stato e non di tratto! Quest’ultima come i livelli di depressione rimangono comunque nella norma a rimarcare la mancanza di particolari segni di inadeguatezza psicologica in chi approccia il trattamento che anzi può essere considerato come una modalità adattiva per affrontare attivamente un problema favorendo, in ultima battuta, l’adattamento e l’accettazione emozionale rispetto alla propria condizione. Edelmann, Connolly e Bartlett (1994) ipotizzano che i livelli di disagio emozionale contenuto risultati in realtà siano l’effetto di un’autoselezione delle coppie: giungerebbero a richiedere un intervento medico solo quante riescono a tollerare ulteriore tensione emozionale.

L’equilibrio psicorelazionale

Ciò come premessa e valutazione del chi è chi inizia il percorso di PMA; ma come altera le dinamiche psicorelazionali lo stesso? Un interessante studio sulle implicazioni psicologiche della PMA svolto da Berg e Wilson nel 1991 su 104 coppie in FIVET suddivise in tre gruppi -a seconda del tempo trascorso in trattamento- ha evidenziato un alto livello di sintomi depressivi e difficoltà interpersonali come reazione a una condizione estremamente stressante nelle coppie al primo anno che si riduce per le coppie in cura da due anni, probabilmente ormai adattate o con un’accresciuta speranza per un esito positivo, e che incrementa nuovamente in quelle seguite da tre anni dove compaiono ideazioni paranoidi, manifestazioni di ossessività-complulsività, ostilità, ansia e difficoltà nell’adattamento coniugale e nelle relazioni sessuali. Sarebbe quindi il perdurare nel tempo a inficiare sul benessere psico-relazionale della coppia, che a seguito di ripetuti fallimenti si ritrova a dover scegliere se continuare ulteriormente sottoponendosi a nuove tecniche o se abbandonare l’obiettivo.

Il singolo tentativo

Entrando infine nel merito del singolo tentativo, il disagio psichico viene associato prevalentemente al prelievo ovocitario e durante il periodo di attesa dopo il trasferimento embrionale; l’attesa aumenta i livelli di stress ma anche le speranze nonché una chiusura nei confronti del partner tanto da abbassare anche il desiderio sessuale. Quest’ultima considerazione ci porta a riflettere maggiormente sul diverso approccio che uomo e donna manifestano nell’affrontare la difficoltà e la possibile soluzione. Volgarmente si potrebbe riassumere la questione nell’affermazione “due pesi, due misure per uno stesso problema” a indicare quanto effettivamente un percorso che nella norma e per definizione è di coppia in realtà generi disposizioni e reazioni differenti assumendo l’ottica maschile o femminile.

La donna

Ecco quindi la donna che per senso comune, pressione sociale e culturale non può non essere generatrice nonostante l’ottica moderna la veda assumere anche posizioni lavorative importanti e prendere spazi sempre più indipendenti e autonomi. Non ci si svincola dal binomio donna-madre che inevitabilmente conduce a un incremento dello stato d’ansia e di una sintomatologia depressiva qualora non si concretizzi. Andrews, Abbey e Halman (1992) affermano che l’infertilità risulta il più grande problema della vita di una donna la quale ricerca un figlio per ristabilire sentimenti di positiva identità di genere. D’altro canto anche il coinvolgimento fisico è particolarmente invasivo in un processo di PMA, e come già evidenziato precedentemente, se mente e corpo formano un tutt’uno appare scontato quanto lo stesso possa incidere sul grado di benessere psichico nel corso del percorso.

L’uomo

Ed ecco l’uomo stressato sia per il coinvolgimento fisico iniziale che per le richieste finanziarie necessarie a sostenere i costi della procedura. Per lui il divenire padre è importante ma è un desiderio (o un problema) collocabile a parità di altri, più un mezzo per conseguire e mantenere una relazione coniugale positiva che un qualcosa da realizzare perchè importante di per sè (Andrews, Abbey, Halman (1992)). Da qui in lui spesso la sensazione di essere controllato dalla compagna e del suo bisogno di fertilità e per lui l’accusa di mancata condivisione del desiderio che nella realtà è solo indice della capacità di sopprimere rabbia e ansietà come risposta orientata a regolare sentimenti generati da eventi incontrollabili. Sentimenti di inadeguatezza e fallimento gli appartengono in caso di infertilità: l’essere causa mina il ruolo di marito/compagno nel nucleo familiare in prima battuta e di maschio nella società in seconda battuta, lasciando un livello di ansia e di morbidità psichiatrica che non va a ridursi al termine delle procedure diagnostiche (Connolly, Edelmann et al. (1992)) ma che anzi si amplifica nel caso di scelta di avvalersi di un sistema di fecondazione eterologa in grado di proiettare in lui la costante ombra del donatore pronto a ricordargli la propria incapacità di procreare.

La coppia

Infine, ecco la coppia, uomo e donna che formano un nucleo che affronta l’infertilità come l’esperienza più preoccupante della vita e le procedure di PMA con grande stress emotivo ma allo stesso tempo inibendo le componenti rappresentazionali e affettive così da erigere delle difese e mettere in secondo piano l’investimento affettivo; coppia che al ripetersi dei tentativi riduce il suo grado di autostima e aumenta il livello di depressione e di ansia per lo stress generato dal rigido protocollo farmacologico da rispettare; coppia che ottenuto il risultato sa provare reazioni di gioia più marcate rispetto a quanto esperito da chi è giunto alla gravidanza senza alcuna difficoltà; coppia che racconta del proprio bimbo idealizzato come un piccolo vivace, vitale, allegro, attivo e di sé come nucleo genitoriale in maniera estremamente positiva tanto dal punto di vista fisico che emotivo. (raccolta risultati emersi da studi effettuati da Guerrini Degl’Innocenti, Frassine, Pazzagli, 1992; Van Balen, Naaktgeboren e Trimbos-Kemper, 1996; Bringhenti, Martinelli et. al.,1997; La Sala 2002). Coppia provata dall’infertilità ma in grado di riattivare il processo evolutivo grazie al “rimanere incinta” (Righetti, 2001) a sottolineare quanto al di là del come è il chi è il genitore a fare la differenza.

Le implicazione psicologiche della PMA. Quando la soluzione fallisce

Fallire. Non c’è PMA se non c’è fallimento… Accettare di fallire, rialzarsi, cercare alternative… fallire per natura e chiedere aiuto alla medicina… la medicina non può fallire… la medicina è scienza e per definizione non può tradire. Eppure con la fecondazione assistita non è sempre così. Allora cosa fare quando c’è fallimento? Come reagire di fronte a una scienza che tradisce? Differenti studi negli ultimi decenni si sono concentrati su quanto e come uno o più fallimenti di trattamenti possono incidere sullo stato emotivo delle donne, soprattutto in caso di azioni particolarmente invasive a livello fisico come la FIVET, evidenziando una maggiore vulnerabilità a reazioni depressive con un incremento della prevalenza di media e moderata depressione. Nel 2000 Froggio pone il mancato risultato allo stesso livello di un lutto che diventa stabile nella misura in cui si riacutizza ogni mese, quando il ciclo mestruale segnala la non gravidanza, conducendo le coppie alla ricerca smodata di nuovi centri ai quali rivolgersi senza concedersi il tempo di fermarsi per riflettere e capire, mossi dal tentativo disperato di placare il dolore; e che può essere ricorrente per la mancanza di un corpo fisico sul quale piangere la perdita di un figlio fantasmaticamente e mentalmente presente in maniera ossessiva.

Come gestire il dolore

È un dolore molto difficile da gestire perchè non permette quei rituali consolatori che generalmente accompagnano la perdita di una persona cara: non ci sono funerali, veglie, lapidi che in qualche modo mantengono vivo nella memoria il defunto. Autori quali Mahlstedt e Veghetti Finzi evidenziano come nei racconti della coppia il fallimento del trattamento conduca a una rivisitazione dell’immagine di sé come genitori e del bambino fantasmatico spostando entrambi da una visione estremamente vitale e positiva a una chiusura. La delusione si ripercuote sulla soddisfazione e sull’orgoglio per la genitorialità e genera vissuti di insicurezza, infelicità e atteggiamenti di passività anche nella relazione con il partner. La coppia accusa fortemente il colpo: calano i livelli di felicità, soddisfazione e orgoglio riportati; ci si chiude rispetto alla relazione e agli affetti; l’entusiasmo cede il posto a passività e insicurezza evidenziabili soprattutto negli uomini; scende l’autostima, fisicamente ci si percepisce e si descrive il partner come meno sani e la sintomatologia depressiva è tanto più probabile quanto più si ripetono i tentavi senza ottenere l’esito desiderato (Beaurepaire, Jones et. al., 1994). Tristezza, rabbia, senso di colpa, impotenza, mancanza di speranza.. sentimenti che si alternano anche a distanza di settimane e tanto più il risultato è considerato riparatore di sensazioni di inadeguatezza derivati dall’incapacità di generare, tanto più cresce l’intensità del disagio emozionale. C’è rabbia verso di sé, verso un corpo che non ha risposto come sperato e verso un medico che non ha saputo garantire un risultato; rabbia verso quelle coppie con le quali si ha condiviso un percorso e che ce l’hanno fatta; disperazione per vedere sfumato un’altra occasione; voglia di isolarsi per il senso di colpa provato e per non dover dare spiegazioni a familiari e amici nella convinzione di averli nuovamente delusi. C’è vergogna, invidia e disprezzo per se stessi e la vulnerabilità si accuisce in donne che non hanno figli. Il fallimento condiziona il ricordo dell’esperienza vissuta anche a distanza di tempo incidendo sulla scelta del tentare o meno nuovamente il percorso. In tale ottica appare quasi scontata la necessità di non abbandonare la coppia a se stessa prima, durante e dopo il trattamento dal punto di vista psicologico: offrire un campo non giudicante ma all’opposto aperto all’ascolto per dare la possibilità di ricomporre l’immagine di sé, dell’altro e dell’ideale frammentati per il fallimento; creare un nuovo equilibrio; dare ordine al caos generato dalla rottura del desiderio; riportare la voglia di vicinanza al partner… Sono tutti passaggi che possono consentire ai genitori di riorganizzarsi, accettare e rimodularsi abbandonando il percorso per focalizzarsi su altri obiettivi o riprendendolo scegliendo vie alternative se non le stesse.

Le implicazioni psicologiche della PMA. Quando il fallimento non basta

Quando un figlio non arriva per vie naturali, quando anche la fecondazione assistita omologa non produce effetti risolutori, quando ancora non si accetta di porre nel cassetto il desiderio di essere genitori, ecco una tra le soluzioni più di frontiera: la fecondazione eterologa. Madre surrogata, donatrice di ovuli o embrioni, madre sociale, donatore di sperma, padre sociale, medici, biologi… una popolazione di figure atte alla realizzazione non di un desiderio ma DEL solo e unico desidrio da materializzare a tutti i costi; un minestrone fatto di personalità, aspettative, motivazioni, ruoli differenti che ruotano attorno a un nuovo bambino, parte di una famiglia estesa ben distante da ciò che classicamente si definiva come tale ma che con più o meno consapevolezza modula la sua realtà. È l’evoluzione delle biotecnologie, il limite diventa solo una nuova possibilità da sfidare e vincere. Ma in tutto ciò chi è la madre? Chi il padre? Chi è famiglia? Siamo sicuri di voler davvero il risultato? E lo stesso è realmente come immaginato? La legge definisce un ruolo:
“Genitore simbologicamente e civilmente è colui che si occuperà del bambino indipendentemente dalla realtà biologica” (Mieli,1996)
Ma è realmente possibile ignorare l’elemento genetico? Nulla di straordinario nel ricordare la ricerca di padre e madre di sangue per gli adottati, condizione non poi così distante dalla presente trattata in un tentativo di fare chiarezza su chi si è davvero. E se ciò appare quasi scontato considerando la faccenda nell’ottica del bambino, non lo è altrattanto quanto si scatena in un uomo disposto a delegare a un altro uomo la sua potenza generatrice pur di donare alla propria donna quel figlio negato da madrenatura. Baldaro Verde (1987) sostiene il rischio di sviluppare una profonda invidia inconscia per “il donatore potente e per la partner sana” che si può manifestare in reazioni di rabbia gestibili solo se emergenti a livello conscio, viceversa la stessa può divenire pericolosamente spostata sul bambino o sulla relazione con la compagna. Ancora più estremo Zurlo (2000) che racconta del fantasma del donatore come minaccia distruttrice in grado di indurre al momento della nascita del piccolo un livello tale di sofferenza sfociabile in una “psicosi paterna post partum” in seguito alla quale molti richiedono il disconoscimento della paternità. La non naturalezza del processo crea uno stacco netto tra psiche e soma, il tempo dell’attesa è deviato da una fisicità affidata a un altro sconosciuto e la mancanza di coinvolgmiento globale porta spesso a quel silenzio che altera la relazione non solo con il nascituro, al quale spesso viene negato il racconto delle sue origini, ma anche tra la coppia che fatica a creare una dimensione psicologica e relazionale condivisibile e da condividere. Desiderio, realizzazione dello stesso, eppure negazione.. un quadro complesso fatto di contraddizioni e interrogativi che non possono rimanere esclusivo pensiero dell’uno e dell’altro partner quando l’intento è di vivere positivamente non solo un percorso non facile ma anche (e soprattutto) il risultato dello stesso.

Relativizzazione di una soluzione estrema al fallimento

Da qui l’importanza di relativizzare, perchè non c’è coppia uguale ad un’altra e non c’è uomo e/o donna identico a un proprio simile a parità di strada scelta e intrapresa; di ascoltare, perchè ciò che non viene esplicitato può travolgere e far travolgere; di non giudicare perchè ogni scelta è fatta di vissuti, traumi, fallimenti e tentativi di rialzarsi e come tale va rispettata e supportata.

Le implicazioni psicologiche della PMA. Famiglie a confronto

Ma è davvero così nero il quadro che si prospetta a famiglie che vivono la PMA eterologa? Un’importante ricerca europea condotta da Golombok, Brewaeys e altri (1996-2002) ha esamintao la qualità del ruolo dei genitori, la relazione genitori-bambino e lo sviluppo socio-emotivo dei bambini nati in Italia, Spagna, Olanda ed Inghilterra da famiglie che si sono avvalse della fecondazione omologa o eterologa in raffronto a famiglie che hanno adottato o concepito naturalmente, considerando i bambini in fascia d’età 4-8 anni e a seguire gli stessi a 11-12 anni. Senza entrare nei dettagli dello studio, appare importante segnalare come lo stesso ha evidenziato la mancanza di una differenza significativamente rilevante in termini di disturbi psicologici, comportamentali e/o emotivi in soggetti nati da PMA eterologa rispetto a quanti inseriti nelle altre categorie, e che gli stessi sviluppano buone capacità relazionali all’interno della famiglia; i genitori di PMA eterologa poi sarebbero maggiormante coinvolti a livello emotivo e in questo è possibile agganciarsi alla frustrazione vissuta dal padre sociale che per riscattarsi dal mancato ruolo biologico mette in atto strategie e attenzioni verso il figlio amplificate rispetto a quanto accade nella norma nel chiaro tentativo di renderlo “suo”.
Buono lo sviluppo e buona la relazione quindi, esattamente se non di più di quanto accade nei confronti dei bambini originatesi attraverso altre vie, a rimarcare quanto sia sempre il nucleo a fare la differenza e non il percorso vissuto.

La scelta del silenzio

Eppure permane un lato oscuro: il silenzio sulle origini. La maggioranza delle famiglie intervistate sceglie di non condividere con il figlio la sua vera natura, che se scoperta in età adulta può provocare un atteggiamento di ostilità e sospettosità verso i genitori. Da qui i dubbi su cosa inneschi nell’individuo la rivelazione di avere genitori non genitori, su quanto l’identità possa accusare il colpo e su come la relazione con l’altro possa modificarsi alla ricerca di un IO nascosto e taciuto. Da qui l’importanza di approfondimenti, ma ancor prima di un percorso che accompagni la coppia che sceglie la PMA eterologa, non solo dal punto di vista biologico-meccanico, nell’intento di fornire strumenti, forza e consapevolezza per la gestione di un’origine che tanto viene valutata necessaria quanto a suo modo spaventa e fa tacere. A cura di Adriano Legacci, Elisa Ravazzolo

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