Sterilità e conflitto. Voglio un figlio, ma…

Sterilità e conflitto. In che modo il conflitto produce sterilità?

I conflitti inconsci sono frequenti nei casi di sterilità psicogena. Vi sono due istanze che si contrappongono, senza parlarsi e senza trovare soluzione: una è conscia, e vuole sinceramente un figlio; l’altra resta inconscia e lo teme per ragioni di sopravvivenza individuale. La persona vive in un conflitto di cui conosce solo una componente; l’altra resta inconscia perché viene rimossa o negata. Questo capita più spesso a donne razionali e controllate, che tendono a minimizzare le emozioni considerate negative. Le emozioni non accolte dal cervello pensante, possono scaricarsi sul corpo tramite i centri del cervello emotivo. Questo è ciò che capita, in genere, per i disturbi psicosomatici. Anche la fertilità può essere influenzata negativamente da paure inconsce, quando queste non vengono gestite in modo cosciente. Molte donne desiderano sinceramente un figlio, ma nel profondo si oppongono, non per rifiuto del figlio stesso, ma per timore e paure irrazionali, legati alle conseguenze del diventare madre. Alcuni eventi immaginati toccano aree significative per l’individuo, tali da mettere in allerta le difese arcaiche. La donna, quindi, vuole un figlio nel qui ed ora, ma lo teme con la parte arcaica legata al passato.

Sterilità e conflitto. Voglio un figlio, ma…

Il conflitto è, quindi, del tipo: voglio un figlio, non voglio un figlio. Di questo conflitto, la prima componente (volere un figlio) è consapevole e molto sentita. L’altra (non volere un figlio), per oscuri timori, non è consapevole e viene negata dalla donna. Tale timore negato, non essendo accolto dalla ragione, prende la via somatica, come avviene per tutti i disturbi psicosomatici.

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I principali timori dell’inconscio

I principali timori oscuri dell’inconscio femminile possono essere così riassunti: 1) Temere di essere una cattiva madre. In questo caso, il conflitto è legato alla sopravvivenza affettiva. Esso deriva da esperienze infantili, in cui la bambina è stata giudicata cattiva a causa di sentimenti negativi (in particolar modo la rabbia). Da grande, essa teme di mostrare tali sentimenti negativi in occasione di una relazione speciale, ossia quella madre-figlio, con conseguente senso di colpa e disprezzo verso se stessa. Il problema non è, quindi, che la donna abbia avuto una cattiva madre, ma pensa di esserlo lei e teme fortemente che la nascita di un figlio determini una situazione in cui tale parte cattiva possa emergere. Dunque, non vuole il figlio perché non ci sarebbe amore. È spesso un timore infondato, perché deriva da esperienze infantili e la parte cattiva è in realtà una parte arrabbiata per qualche torto subito nel passato. 2) Temere il parto: il trauma nel corpo. Il conflitto è legato alla sopravvivenza fisica e deriva da racconti o esperienze in famiglia. Qualche trauma antico (diretto o indiretto) può aver fatto credere alla bambina che la gravidanza sia una malattia, o che di parto si possa morire. Il terrore è profondo ed irrazionale: si può avere il timore del corpo che cambia, o del parto, e per questo decidere di non arrivarci mai. La bambina, una volta diventata donna, dimentica tale decisione, che però agisce come un freno. 3) Temere di perdere la propria autonomia: la lesione d’identità. In questo caso, forse il più frequente, il conflitto riguarda la paura di perdere la propria indipendenza. La donna pensa che la nascita del figlio le toglierebbe qualcosa, che non potrebbe diventare ciò a cui aspira, che la renderebbe succube degli altri. In genere, questo conflitto colpisce donne che hanno faticato a rendersi autonome dalla famiglia d’origine, piuttosto invasiva, hanno patito repressioni nel passato e idealizzano la libertà. Ci sono pregiudizi legati a vissuti antichi; vi è il timore di dover ricadere in una condizione di dipendenza una volta partorito il figlio. A cura di Adriano Legacci, Stefania De Venz

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